sabato 28 aprile 2012
martedì 10 aprile 2012
Il romanzo postumo di Gina Labriola, 'Sherazade lucana'
“Un libro nato da un paniere di ostriche”. Gina Labriola come Sherazade, nell’e-book postumo, una biografia romanzata, completata con la collaborazione dei figli Alessio, Dario e Valerio, poco prima di spegnersi e disperdere le sue ceneri tra le valli della Provenza. Il titolo “Sherazade lucana … ed altre storie di scarpe, lune, cuori spinati, sassi, zanzare…” (Index) è stato discusso e scelto con l’autrice, quale giusto riferimento all’Iran e alla Lucania visti attraverso il velo della mitica affabulatrice. Le fotografie, selezionate con Gina, sono di Dario Caruso. Esse non vogliono illustrare eventi o luoghi, ma essere liberamente evocatrici della sua poetica. Un’autobiografia reinventata, un’opera che, sentendo l’avvicinarsi della fine, la scrittrice aveva desiderato ultimare e pubblicare. Un gioco di specchi ripreso dalla tradizione poetica iraniana, ma anche architettonica, attraverso cui la realtà appare frantumata e riflessa, quasi ad esprimere la complessità, l'imprevedibilità e l'inafferrabilità dell'anima di un paese, in cui tutto appare un miraggio. “Se alla base della civiltà occidentale vi è la logica di Aristotele imperniata sul principio di non contraddizione, per cui ogni cosa è quello che è e non può essere il suo contrario, l'approccio iraniano al contrario non è logico ma poetico, mitico, cangiante, favoloso. Gina è stata sedotta dall'Iran che corrispondeva stranamente alla sua maniera di sentire e di stare nel mondo, al punto di intitolare ‘Alveare di specchi’ la sua raccolta di poesie del 1974 e ‘In uno specchio la fenice’ quella del 1980. Eppure apparentemente nulla di più distante dalla realtà lucana o pugliese che il paese delle mille ed una notte”, spiega il marito Fernando Caruso, nella prefazione al libro. Fu lui a portarla in Persia, dove incontrò Farah Di-ba, regina, moglie dello Sciàh Reza Pahlevì. Nata a Chiaromonte nel 1931, Gina Labriola ha vissuto la maggior parte della sua vita lontano dalla propria terra, per questo si considerava esiliata: “Per uno strano scherzo della donna che buttò l’acqua con cui l’avevano lavata appena nata fuori dal portone”. Gina era fatalista. Un’esiliata stanziale, visto che ovunque, in ogni parte del mondo, ha sempre trovato analogie con la sua terra, per visi, sguardi, espressioni, usanze, costumi e persino per narrazioni orali. Una prosa piana e scorrevole racconta, tra giochi metaletterari, personaggi, storie e favole, a Chiaromonte come a Theran, a Marsiglia, in Belgio, a Parigi. “Ma è poi veramente un libro o è la metamorfosi di un’ostrica che viaggiava in treno?”, si domanda nel prologo. “Vivevo a Parigi, ma andavo a lavorare in Bretagna. Ero pendolare, abbonata alla SNCF (Société Nationale des Chemins de fer Français) , - racconta l’autrice - incontravo spesso donne che venivano da Cancale, la cittadina dove si trovano le migliori ostriche del mondo”. Scritto in viaggio, il romanzo è un lungo racconto rivolto a Max, un uomo incontrato quotidianamente in treno, che inserendosi nell’intreccio dona un carattere arcano alla narrazione: “Era sempre carico di libri e trafficava con una cuffia e con un cestino che pareva quello della merenda, il cui contenuto misterioso indovinai più tardi. Smilzo ed elegante, non faceva sfoggio del suo fascino; aveva una voce suadente e mani lunghe e sottili. Non aveva età. Né bello né brutto. Spesso era ironico, ma con garbo. Di sè raccontava poco, ma prometteva. Ebbe inizio una lunga storia. Viaggio dopo viaggio, rispettando o no la cronologia, gli raccontai la mia vita. Vera? Non lo so più neanche io”. Poetessa e affabulatrice, attraverso il filtro della sua arte tutto diventa mito. Tutto si trasfigura e si perde nel tempo più remoto, col terrore che le immagini diventino illusioni.
“Capace di intuire il significato misterioso e mitico della terra lucana da cui trarrà la dolorosa sensibilità, la malinconia e la fuga nell'immaginario, ma anche scatti di allegria e di umorismo” – racconta Fernando Caruso - Gina Labriola tesse e inventa affinità sotterranee tra il mondo magico contadino svelato da Ernesto de Martino e Carlo Levi e la grande tradizione poetica della millenaria civiltà persiana: “Cantastorie ambulante, trasportavo dall’Est all’Ovest, e dall’Ovest all’Est, frammenti di vita quotidiana che, attraversando monti e mari, incantavano sempre come esotiche avventure. Ero una Scerazade a double face, d’andata e ritorno. – riferisce di sé, nel capitolo ‘Mille notti meno una’, Gina - Imbrogliavo, da una parte, i lettori italiani avidi di pettegolezzi regali, dall’altra incantavo, almeno finché mi fu concesso, marito, cognate, cugine e colleghe mogli, raccontando l’Italia,il Quarantotto, il Sessantotto, Garibaldi ed Enrico Mattei, il Papa e il Colosseo”.
Solo di fronte al “femminismo poetico” di Elahè Firouzadèh, protagonista del tredicesimo racconto, la scrittrice perde la funzione di narratrice, osservandola mentre dipingeva, preparava il tè o discorreva con gli amici: “Vedi, mi diceva, le donne possono vincere. Devono avere coraggio, più di quanto è necessario agli uomini, ma alla fine, possono farcela. Come Scerazade, come Golandàn” […] “E’ una storia che tutte le bambine dovrebbero conoscere, diceva Elahè. Golandàn era la schiava turca di Bahràm, un re presuntuoso come sono spesso i re e anche qualche volta i comuni mortali”. “E’ solo una questione di esercizio e di abitudine”, affermava, sfidando il sovrano, rifiutandosi di adularlo per la sua abilità di cacciatore, che la lasciava indifferente. Fu condannata a morte, ma salvata e nascosta da un cortigiano, in un suo castello, nel quale Golandàn si dedicò ad un esercizio quanto meno insolito e bizzarro: portava un toro sulle spalle, prima piccolino, appena nato, poi sempre più grosso, su e giù per le scale. Poi, dopo qualche tempo, il cortigiano confessa al re di aver salvato la turca indisponente e lo fa assistere allo straordinario esercizio col toro sulle spalle su e giù per le scale. Il re riconosce il torto, chiede scusa e si riprende la turca, vinto dalla costanza di una ragazza”.
Forse, Elahè altro non è che l’alter ego di Payandèh Shahandèh, docente di Belle Arti all’Università di Teheran che, nella prefazione alla raccolta ‘Poesia su seta’ (Edizioni Racioppi), intitolata “Dall’Iran a Parigi su ali di seta”, ha scritto: “Il mio sodalizio con Gina Labriola cominciò più di vent’anni fa, in Iran, quando lei collaborava all’Istituto Italiano di Cultura di Teheran, e io insegnavo Belle Arti all’Università. […] In Iran, oltre alla ben nota tradizione delle miniature, che illustrano testi poetici, come quelli di Omar Khayàm, esiste un’altra interessante forma di espressione artistica: quella dei khalàm-khàr (lavoro con l’inchiostro). Sono tele dipinte, che illustrano favole tratte dai poemi di Nezamì, o di Ferdowsi; talvolta, invece fanno rivivere leggende popolari; un tempo servivano ai ghessegù, ai cantastorie, che li usavano per spiegare le loro narrazioni nelle piazze o nelle khavè-khanè (case del caffè), dove ci si poteva riunire per ascoltare storie. Gina in Iran cercava e comprava tele dipinte, ma non per una fredda mania di collezionista: traduceva le storie che vi erano illustrate, e se ne serviva per le sue narrazioni. […] Anche lei ha seguito per anni corsi di pittura su seta […] Non per seguire la moda, del resto superata, della poesia visiva o il grafismo, ma per rendere palpabili, concreti, i suoi raffinatissimi versi. Come nei kimono giapponesi, o nei sari indiani, vuole che i colori intrecciati alle parole possano muoversi, avvolgere, parlare, ricordare”.
Angela Milella
mercoledì 25 gennaio 2012
Una scuola per 'Menti digitali', in Italia si tenta la sperimentazione
La scuola in web? Fallisce negli States, ma in Italia si tenta la sperimentazione. Ai numerosi volumi editi per i docenti della web generation, si aggiunge il libro ‘Menti digitali’ (Stilo Editrice), di Tommaso Montefusco. Un contributo che guarda con positività alle nuove tecnologie per la didattica, nonostante il flop degli studenti on-line, che in altri paesi restano indietro in matematica e faticano nella lettura, appellandosi alle teorie costruttiviste, secondo cui è l’ambiente a condizionare gli individui e a innescare il cambiamento. La Lim e il laboratorio virtuale di scienze in aula modificheranno il modo di apprendere e di insegnare. E’ questa la scuola italiana del futuro descritta nel libro di Montefusco, nonostante il bilancio di queste scuole, senza banchi e lavagne, destinate soprattutto ai poveri delle zone rurali, sia devastante e secondo uno studio del ‘National Education Policy Center’ il 60% dei cyber-studenti è indietro in matematica rispetto ai coetanei delle scuole tradizionali e il 50% fatica nella lettura, un terzo non si diploma in tempo e moltissimi si ritirano dopo solo pochi mesi dall’iscrizione. Anche in Italia, è prospettato in diversi studi, gli insegnanti seguiranno gli studenti attraverso piattaforme e-learning e i ragazzi metteranno a disposizione dei docenti le proprie competenze, in un processo di insegnamento-apprendimento paritario: un sistema già utilizzato nei paesi scandinavi e anglosassoni. Ma, di fronte all’inarrestabile boom tecnologico, il libro cartaceo resterà in circolazione ancora per qualche decennio e compito degli insegnanti sarà “coniugare la velocità della pagina web con la lentezza della pagina scritta”, almeno fin quando il processo binario non verrà sostituito dalla logica quantistica e le operazioni saranno ulteriormente moltiplicate per milioni di volte. La vera svolta si avrà con la nascita di supporti digitali multimediali adatti al passaggio dalla carta al bit, quali non sono gli attuali lettori e-book e l’I-pad. Al contrario, nuova frontiera per la scuola sembra già l’I-cloud finlandese, che consente ai ragazzi di essere interconnessi 24 ore su 24. Sarà il moby-learning ad abolire il luogo fisico dell’apprendimento. Una prima sperimentazione del tablet per la scuola elementare è stata fatta nella Corea del Sud, ma ancora una volta, per dimostrare che la tecnologia non può diventare il fine del processo educativo, ma al massimo può essere uno degli strumenti per rendere più ludica la meditazione, la riflessione, l’apprendimento. “Sarà il mutamento antropologico in atto – conclude Montefusco – a inventare le capacità di un sapere nuovo nei nativi del web”, fermo restando che vengano investite risorse per la formazione continua dei docenti italiani, costretti ad aggiornarsi con risorse proprie, a fronte di una spesa del Miur pari allo 0,6% rispetto al 2% della media europea.
Angela Milella
domenica 16 ottobre 2011
Una vita da giornalista. Alla Biblioteca di Modugno (Ba) 900 volumi di Mario Gismondi
Leggere per vivere. Alimento della giovinezza e gioia della terza età: sono i libri, per Mario Gismondi, storico giornalista della nostra regione nonché fondatore del quotidiano ‘Puglia’, felice di donare un’ampia raccolta dei suoi volumi, appassionatamente e gelosamente custoditi per anni, alla biblioteca comunale di Modugno. Un’iniziativa voluta dalla figlia Rossana e organizzata dalla redazione dello snello e battagliero tabloid, in collaborazione con il Comune di Modugno, per promuovere il libro e la lettura. Dal 25 ottobre, il palacultura ‘Carlo Perrone’ ospiterà novecento libri dello scrittore e maestro di professione, modugnese per parte di madre. I titoli, riordinati per genere e autore, sono stati raccolti nel catalogo ‘Il fondo Gismondi. Mario Gismondi, una vita da giornalista’ realizzato da Angela Milella. “Il livello di civiltà di una comunità si misura soprattutto dall’attenzione che ripone nella cultura, nei giovani e nella memoria – ha scritto, in una nota, il sindaco Domenico Gatti. Tramandare il sapere attraverso le generazioni contribuisce, in maniera significativa, a salvaguardare l’identità di una comunità”. Saranno i giovani i maggiori fruitori del fondo, perché sono loro che quotidianamente si recano in biblioteca, saranno loro ad abitare un luogo del sapere che vuole essere di stimolo all’esercizio della riflessione, alla pratica della scrittura, alla condivisione della conoscenza. “Non esiste un vascello veloce come un libro, per portarci in terre lontane, né corsieri come una pagina di poesia che s’impenna”, scriveva Emily Dickinson e, tra le opere di Mario Gismondi, non mancano reportage di viaggi in luoghi esotici, dal Giappone alla Corea, al Messico. Uomo colto e intelligente, Gismondi, con la sua attività giornalistica e i suoi intramontabili libri, ha continuamente promosso ed esercitato l’attenzione per la cultura, allevando giovani e formandoli al giornalismo, come con lui la bisnonna Domenica, donandogli libri e infondendogli amore per la lettura. Con questa donazione, nel mese dedicato al libro e alla lettura, nel mese di ‘Ottobre, piovono libri’, iniziativa promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, prosegue la sua opera di formatore ed educatore anche verso chi non avrà la fortuna di conoscerlo. L’auspicio è che l’incantesimo possa ripetersi ogni volta che un giovane decida di sfogliare le pagine di questi volumi, non ancora troppo vecchi, perchè il rituale non si compia.
domenica 2 ottobre 2011
Moderna, tormentata e combattiva: è Elettra la donna del XXI secolo
Elettra, donna del Novecento. Secondo uno studio condotto
da Maria Evelina Santoro, ricercatrice dell’Università degli
studi di Foggia, intitolato ‘Elettra. Ricezione e fortuna
nella cultura tedesca’ (Levante editori), il Secolo breve
sembra essere stato il più adatto ad accogliere e a rielaborare
la figura di Elettra,eroina forte e ferina, ma anche fragile e capace di
grandi sentimenti.Perché, rotti gli argini della rassegnazione, in quest’epoca,
si è dato libero sfogo a sentimenti di disperazione, alla violenza,
ma anche alla volontà di sperare nella felicità e nel cambiamento,
che la figura di Elettra rappresenta. Donna moderna, tormentata,
ma sempre combattiva e libera, non è un caso che
a rielaborarne meglio il mito, nei suoi aspetti più veri,
arcaici eppure modernissimi, sia stata l’opera di Hofmannsthal.
L’ ‘Elektra’ apre il Novecento del Dacadentismo,del pessimismo,
delle due Guerre mondiali. L’elaborazione mitica di Hofmannsthal,
influenzata dal pensiero nietzschiano, parte dall’arcaico,
per poi sganciarsi da esso e rendere la vicenda ancora più terribile,
violenta, in un mondo senza dei, dove l’uomo è lasciato solo di fronte
ai suoi errori e alle sue colpe. Per questo motivo viene introdotto
il mitema della sua morte, preceduta da una danza dionisiaca, ossessiva,
eccessiva, che catalizza tutta la violenza,simbolo ed espressione
della gioia patologica della vendetta ma, allo stesso tempo,
celebrazione di un rito funebre.
Il ventesimo secolo non ha visto solo il ritorno in auge del mito e
della mitologia, ma ne è stato quasi ossessionato, soprattutto
nella cultura germanofona.
Nelle successive elaborazioni, infatti, il mito di Elettra è stato ripreso,
scomposto, ricomposto, modificato, isolato in alcuni mitemi,
completato da altri, ma la storia è rimasta in sostanza sempre la stessa,
illuminata da una luce diversa che, di volta in volta, ha messo
in evidenza o oscurato alcuni aspetti, senza mai stravolgere davvero l’essenza
più autentica che questo mito incarna: il dolore, la sete di vendetta,
ma anche la speranza della felicità.
Il tratto distintivo e comune alle opere della seconda metà del
Novecento è l’utilizzo della tecnica decostruttivista.
Il sovvertimento della struttura linguistica classica è il mezzo che gli autori
hanno utilizzato per rendere il mito di Elettra funzionale all’espressione
della speranza di cambiamento, della rivendicazione femminista,
del rifiuto della violenza e della guerra, della resa e della morte.
da Maria Evelina Santoro, ricercatrice dell’Università degli
studi di Foggia, intitolato ‘Elettra. Ricezione e fortuna
nella cultura tedesca’ (Levante editori), il Secolo breve
sembra essere stato il più adatto ad accogliere e a rielaborare
la figura di Elettra,eroina forte e ferina, ma anche fragile e capace di
grandi sentimenti.Perché, rotti gli argini della rassegnazione, in quest’epoca,
si è dato libero sfogo a sentimenti di disperazione, alla violenza,
ma anche alla volontà di sperare nella felicità e nel cambiamento,
che la figura di Elettra rappresenta. Donna moderna, tormentata,
ma sempre combattiva e libera, non è un caso che
a rielaborarne meglio il mito, nei suoi aspetti più veri,
arcaici eppure modernissimi, sia stata l’opera di Hofmannsthal.
L’ ‘Elektra’ apre il Novecento del Dacadentismo,del pessimismo,
delle due Guerre mondiali. L’elaborazione mitica di Hofmannsthal,
influenzata dal pensiero nietzschiano, parte dall’arcaico,
per poi sganciarsi da esso e rendere la vicenda ancora più terribile,
violenta, in un mondo senza dei, dove l’uomo è lasciato solo di fronte
ai suoi errori e alle sue colpe. Per questo motivo viene introdotto
il mitema della sua morte, preceduta da una danza dionisiaca, ossessiva,
eccessiva, che catalizza tutta la violenza,simbolo ed espressione
della gioia patologica della vendetta ma, allo stesso tempo,
celebrazione di un rito funebre.
Il ventesimo secolo non ha visto solo il ritorno in auge del mito e
della mitologia, ma ne è stato quasi ossessionato, soprattutto
nella cultura germanofona.
Nelle successive elaborazioni, infatti, il mito di Elettra è stato ripreso,
scomposto, ricomposto, modificato, isolato in alcuni mitemi,
completato da altri, ma la storia è rimasta in sostanza sempre la stessa,
illuminata da una luce diversa che, di volta in volta, ha messo
in evidenza o oscurato alcuni aspetti, senza mai stravolgere davvero l’essenza
più autentica che questo mito incarna: il dolore, la sete di vendetta,
ma anche la speranza della felicità.
Il tratto distintivo e comune alle opere della seconda metà del
Novecento è l’utilizzo della tecnica decostruttivista.
Il sovvertimento della struttura linguistica classica è il mezzo che gli autori
hanno utilizzato per rendere il mito di Elettra funzionale all’espressione
della speranza di cambiamento, della rivendicazione femminista,
del rifiuto della violenza e della guerra, della resa e della morte.
Angela Milella
martedì 30 agosto 2011
'Cleo', la favola di Helen Brown, diverrà presto un film
Diverrà presto un film ‘Cleo’, favola di Helen Brown, che ha per protagonista una gattina. Dopo Diderot, il gatto di Luis Sepùlveda, che insegnò il volo a una gabbianella, a comparire sul grande schermo, sarà una micina prenotata dopo lo svezzamento come regalo di compleanno per il piccolo Sam. Un batuffolo di pelo nero, fonte di guai e felicità, che salverà la famiglia dalla disperazione, facendola tornare a sorridere dopo una tragedia devastante. Dopo la morte di Sam, investito da un’auto mentre attraversa la strada insieme al fratellino Rob, per soccorrere un uccellino ferito, la famiglia Brown viene annientata dal dolore. La madre Helen, voce narrante di questa atroce esperienza, dopo la tragedia, non vorrebbe più accogliere la gattina tanto desiderata dal suo bambino che non c’è più. Quando Cleo arriva, Helen sta per rimandarla indietro, ma è proprio allora che vede suo figlio Rob sorridere per la prima volta dal giorno dell’incidente. E se Cleo fosse un dono lasciato da Sam? Con il passo vacillante, il pelo gonfio, la coda a radar e un caratterino di tutto rispetto, sembra voler lenire a suon di fusa le ferite della famiglia, per accompagnarla verso una nuova, possibile serenità. Nel giro di poche ore, Cleo trasforma la casa in un territorio di caccia, dispensando guai, tenerezza e buonumore a non finire. La sua saggezza antica, ereditata dalla madre abissina (alcuni sostengono che gli abissini discendano dai gatti sacri degli antichi egizi), protegge per anni tutta la famiglia, accompagnandola nei molti cambiamenti che l’aspettano, perché da vera gatta sciamana sa che anche dietro l’angolo più buio può brillare la felicità. La combinazione di gatto randagio e regalità ha il suo fascino: la gattina aveva preso il meglio da entrambi i genitori: la classe e l’audacia. In lei erano emersi i tratti meno desiderabili della regalità e della vita promiscua: l’atteggiamento schizzinoso e selvatico. E per un gatto stravagante, la fine può rappresentare un inizio. Anche dopo la sua morte, Cleo (Cleopatra) ha continuato a lasciare promemoria fisici della sua presenza, allo stesso modo ha lasciato la sua storia. Per due decenni è stata guardiana di casa Brown. Che fosse stata inviata da Sam o dalla dea gatta egizia, Bastet, aveva irradiato i suoi poteri curativi. Persone come Ginny, Jason, Anna Marie e Philip erano comparse proprio al momento giusto. Cleo aveva supervisionato ogni singolo incontro, dando talvolta l’impressione di averlo organizzato lei stessa.
Angela Milella
venerdì 29 luglio 2011
Belli da morire? Emiliano Fittipaldi, in 'Così ci uccidono. Storie, affari e segreti dell'Italia dei veleni', svela il lato oscuro della società dell'apparire
Tintarella e tatuaggi al veleno in agguato: di trucchi ci si può ammalare. I veleni profumati sono il lato oscuro della società del benessere e dell’apparire e in Europa circolano che è una bellezza. Protagonista negativo di decine di dossier scientifici, che ne evidenziano la tossicità, l’hennè nero, composto che serve per realizzare tatuaggi temporanei disegnati sulla spiaggia durante le vacanze estive, nei mercati variopinti del Maghreb, alle fiere e nei parchi giochi, ottenuto aggiungendo un colorante alla sostanza naturale, causa di allergie, eczemi, sensibilizzazioni irreversibili ai coloranti, ma anche di prurito, piaghe, vesciche, cicatrici, e per alcuni è persino cancerogeno. Se in Canada e in Australia la commercializzazione è bloccata da un pezzo, in Europa, la Francia e altri membri si rifiutano di farlo. Il motivo? L’hennè fa parte della tradizione musulmana e vietarlo farebbe arrabbiare molti cittadini e immigrati con cittadinanza e diritto di voto. Molecole nuove sono essenziali per lo sviluppo delle tecnologie, ma l’attenzione alla salute viene in secondo, terzo piano. Le motivazione economiche sono poste prima di ogni considerazione. Solo nel 2009, sono stati venduti cosmetici sbiancanti fuorilegge con dosi eccessive di cortisone e idrochinone a persone di colore, desiderose di copiare idoli occidentali, emigrare e integrarsi meglio; fatto sta che, in Europa e in Africa, a migliaia sono finiti in ospedale. Sappiamo che sono state piazzate, per decenni, creme che non proteggevano davvero dai raggi Uva e Uvb scomparse solo nel 2007, che le lampade abbronzanti, ritenute sicure fino a poco tempo fa, secondo l’Oms provocano invece melanomi alla pelle, un rischio tumorale che cresce soprattutto se gli appassionati di tintarella invernale hanno meno di 30 anni. Il Rapex, sistema d’allerta europeo, quasi ogni settimana individua cosmetici tossici che inquinano la nostra pelle. Emergono nel bollettino Ue, tra giocattoli che perdono pezzi, magliette che strangolano, elettrodomestici che danno scosse mortali. In totale, nel 2008, le notifiche spedite all’ente sono state 1866 e 56 casi (il 4%) interessano proprio saponi & co. Emiliano Fittipaldi, autore di ‘Così ci uccidono. Storie, affari e segreti dell’Italia dei veleni’, ha raccolto documenti esclusivi. Tra gli avvelenatori non solo criminali risaputi, ma anche personaggi insospettabili, politici impegnati nella tutela dell’ambiente e industriali milionari, che confezionano prodotti di marche famose con materiali scadenti e nocivi.
Angela Milella
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Se questa è l’ordinaria amministrazione, come vengono gestite le risorse extra?
Fondi strutturali europei, Pon e Fesr, per lo sviluppo e per l’apprendimento sono il carro delle delizie per quanti fanno della scuola pubblica il proprio feudo. Ed ecco fiorire bandi e avvisi ad personam, che non vengono resi pubblici nemmeno sui siti degli Uffici scolastici regionali e provinciali; incarichi assegnati a parenti e compagni; curriculum e carriere costruite all’occorrenza; forme di ostruzionismo per quanti hanno titoli e abilità, da mettere in campo per la collettività.
Cosa insegna alle nuove generazioni un sistema di siffatta sostanza?
Ai tragici ragazzi viene inculcata la mentalità edonistica, omologante, strisciante, la mentalità mafiosa piccolo-borghese, che ha avvalorato la vita attraverso i propri beni di consumo, che ha reso la cultura stessa un bene di consumo, che ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali era assicurata una vita libera. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazione e di istruzione.
Sclerosi delle facoltà intellettuali e morali e frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai caratteristiche collettive.
La scuola con i mass media ha corrotto l’Italia, io conosco i nomi, io conosco i fatti di cui si sono resi colpevoli.