domenica 21 ottobre 2012

Presentazione libro. A Bitonto, 'Il naso del templare': dai medioevisti baresi 40 anni di monstra. Raffaele Licinio: "Non c'è storia che non abbia almeno un naso".


Oltre il senso della Storia, con 'Il naso del templare' (Caratteri mobili), di Franco Cardini e Raffaele Licinio, presentato nel Palazzo Antica via Appia di Bitonto, da Marino Pagano (giornalista), Vincenzo Fiore (Movimento La gente), Michele Abbaticchio (sindaco di Bitonto), Cosimo Pomarico (sindaco di Oria) e Rossana Gismondi (giornalista). All'incontro, organizzato da Movimento La Gente con la collaborazione dell'associazione Impuratus e dell'associazione 'La Macina', che hanno offerto costumanti, la prima, e un intermezzo musicale, la seconda, ha partecipato anche il coautore, Raffaele Licinio, professore di Storia medioevale all'Università di Bari.  Infatti, ad avere naso, fiuto, non sono solo i templari, che hanno addestrato i propri sensi per combattere in nome della fede in Cristo, ma anche gli storici, che delle loro gesta si occupano, perché avere naso, fiutare, significa, in senso figurato, seguire una pista o scoprire i fatti dietro alle apparenze, sospettare qualcosa, prevedere, captare o percepire ciò che ci sta dietro. Raffaele Licinio, durante l’incontro, ha sfatato i luoghi comuni, gli errori, le idee fasulle, che circolano sul Medioevo, i monstra, com’egli  gli definisce, recuperando il senso originario del termine e legandolo al rapporto tra l’uomo e l’ignoto. E’ in questo rapporto dialettico, che entra in gioco lo storico con la sua metodologia, con la sua deontologia. Il dovere di chi scrive la storia  - per Licinio – è la ricerca della verità , dei fatti, attraverso fonti accertate, non la dissertazione pour parler dei programmi televisivi, come ‘Voyager’, o delle pubblicità che utilizzano simboli medioevali per indurre desideri e far sognare. In quella del ‘Mulino Bianco’, per riportare uno dei tanti esempi elencati dall’autore, la macina usata è per le olive non per il grano. “Compito morale dello storico – ha affermato –  è cercare i fatti anche quando sembrano non dare risposte, non avere senso, perché la storiografia può non averlo, non la Storia”. “La Storia – sostiene – ha sempre un senso”. Lo storico, quindi, deve avere necessariamente naso, capacità di avere intuito, giudizio e competenza, prontezza di accorgersi subito di qualcosa al primo fiuto, ossia subito, immediatamente. Anche nella Sacra Scrittura si parla dell’addestramento dell’uso dei sensi, contrapponendo gli sprovveduti alle persone spiritualmente mature. L’apostolo Paolo esercitò tale fiuto spirituale, quando si accorse delle subdole manovre dei giudaizzanti: "Dei falsi fratelli, introdottisi di nascosto,… s’erano insinuati fra noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi" (Galati 2,3), ossia sotto il giogo della legge mosaica. Anche l’apostolo Giovanni esortò ad avere fiuto: “Diletti, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo” (1 Gv 4,1). Il Signore lodò il conduttore della chiesa di Efeso, tra altre cose, per questi motivi: “Tu non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli, che si chiamano apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi” (Apocalisse 2,2). Anche lo storico, dunque, deve avere fede per cercare la verità, fede nella storia innanzitutto, una religione laica, perché, per parafrasare Benedetto Croce, la religione è l’etica conforme a una visione del mondo.
 “Nel 1983, a San Gimignano – ha raccontato Licinio – durante un convegno con Musca e Umberto Eco, intitolato ‘Il sogno del Medioevo’, argomentando sul revival del Medioevo nella cultura contemporanea, Eco ha individuato dieci sogni di Medioevo, dieci modi di riviverlo. Anche il cinema ha contribuito a  far nascere un Medioevo visto dal basso: nel 1966, fu girato il film ‘L’armata Brancaleone’. Ma, quelle che circolano maggiormente, sono idee fasulle di Medioevo, legate al Medioevo celtico. I leghisti padani hanno inventato un personaggio che non è mai esistito. Il Medioevo delle identità è falso, esistono invece le identità e le province sono identità negate quando inventano accorpamenti”. A proporre un’idea di Medioevo associata al turismo emozionale i sindaci di Oria e Bitonto: “ Sulla cultura medioevale stiamo costruendo il nostro futuro. La festa dei S. Medici richiama pellegrini, è la terza in Puglia, i nostri sbandieratori sono campioni d’Italia di serie A, sono ragazzi tolti alla strada – ha detto Pomarico – Le appertenenze territoriali, le identità, oggi bisogna costruirle attraverso questi eventi, attraverso il turismo emozionale di qualità, non del mordi e fuggi”. “Lo stesso che offrivano le masserie  nel Medioevo” – ha aggiunto e precisato Licinio. Un Medioevo anticipatore dei tempi, è stato presentato da Rossana Gismondi che, parlando di strutture ricettive per viaggiatori e pellegrini, ha messo in evidenza come ostelli, locande, taverne e masserie fossero luoghi di comunicazione non meno efficaci dell’attuale Internet (vedi www.rossanagismondi.it). L'evento è stato anche  occasione ideale per ricordare Mario Gismondi, giornalista e maestro di giornalismo scomparso il 12 aprile 2012, distintosi in Puglia e nel mondo per la sua instancabile attività. A menzionarlo Vincenzo Fiore, suo allievo, e Pasquale Cordasco, professore di storia all'Università di Bari 'Aldo Moro'.
da sinistra: Marino Pagano, Michele Abbaticchio, Cosimo Pomarico, Raffaele Licinio, Rossana Gismondi
                                                                                                            Angela Milella

sabato 28 aprile 2012

Culture periferiche. Alcune tappe di un lungo viaggio

Stazione San Severo (Fg)
Vieste (Fg)



Porto Rodi Garganico (Fg)



Culture periferiche, mafia e istruzione: sfida ai dirigenti della scuola pubblica italiana


  1. Piccolo-borghesi mafiosi: sono I burocrati della scuola pubblica italiana. I dipendenti che, quando non fanno abuso omettono atti d’ufficio, che per rilasciare documenti amministrativi assumono atteggiamenti di insofferenza e rifiuto, che concedono certificati come se fosse un favore riservato agli amici, che non conoscono il senso del dovere e del servizio verso lo Stato e provano ostilità nei confronti di quanto dovrebbe garantire trasparenza e legalità. Arrivisti disposti a tutto, spalleggiati da partiti, sindacati e associazioni varie, da padrini, giungono avidi, saccenti e arroganti a ricoprire incarichi e ad occupare poltrone, riproducendo nella propria funzione i meccanismi del potere che li ha generati: creano lobby e potentati, spartiscono privilegi e ricchezze, denaro pubblico, amministrano il bene comune come un feudo. Personalismi, nepotismo, corruzione, omertà sono questi i vizi della scuola pubblica italiana, gli stessi del Paese. E quanto più le realtà sono provinciali tanto più si acutizzano. Coercizione e mobbing vengono riservati ai pochi che non si allineano, che non mollano, che non ci stanno.
    Se questa è l’ordinaria amministrazione, come vengono gestite le risorse extra?
    Fondi strutturali europei, Pon e Fesr, per lo sviluppo e per l’apprendimento sono il carro delle delizie per quanti fanno della scuola pubblica il proprio feudo. Ed ecco fiorire bandi e avvisi ad personam, che non vengono resi pubblici nemmeno sui siti degli Uffici scolastici regionali e provinciali; incarichi assegnati a parenti e compagni; curriculum e carriere costruite all’occorrenza; forme di ostruzionismo per quanti hanno titoli e abilità, da mettere in campo per la collettività.
    Cosa insegna alle nuove generazioni un sistema di siffatta sostanza?
    Ai tragici ragazzi viene inculcata la mentalità edonistica, omologante, strisciante, la mentalità mafiosa piccolo-borghese, che ha avvalorato la vita attraverso i propri beni di consumo, che ha reso la cultura stessa un bene di consumo, che ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali era assicurata una vita libera. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazione e di istruzione.
    Sclerosi delle facoltà intellettuali e morali e frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai caratteristiche collettive.
    La scuola con i mass media ha corrotto l’Italia, io conosco i nomi, io conosco i fatti di cui si sono resi colpevoli.
    Angela Milella

martedì 10 aprile 2012

Il romanzo postumo di Gina Labriola, 'Sherazade lucana'


“Un libro nato da un paniere di ostriche”. Gina Labriola come Sherazade, nell’e-book postumo, una biografia romanzata, completata con la collaborazione dei figli Alessio, Dario e Valerio, poco prima di spegnersi e disperdere le sue ceneri tra le valli della Provenza.  Il titolo “Sherazade lucana … ed altre storie di scarpe, lune, cuori spinati, sassi, zanzare…” (Index) è stato discusso e scelto con l’autrice, quale giusto riferimento all’Iran e alla Lucania visti attraverso il velo della mitica affabulatrice. Le fotografie, selezionate  con Gina, sono di Dario Caruso. Esse non vogliono illustrare eventi o luoghi, ma essere liberamente evocatrici della sua poetica. Un’autobiografia reinventata, un’opera che, sentendo l’avvicinarsi della fine, la scrittrice aveva desiderato ultimare e pubblicare. Un gioco di specchi ripreso dalla tradizione poetica iraniana, ma anche architettonica, attraverso cui la realtà appare frantumata e riflessa, quasi ad esprimere la complessità, l'imprevedibilità e l'inafferrabilità dell'anima di un paese, in cui tutto appare un miraggio. “Se alla base della civiltà occidentale vi è la logica di Aristotele imperniata sul principio di non contraddizione, per cui ogni cosa è quello che è e non può essere il suo contrario, l'approccio iraniano al contrario non è logico ma poetico, mitico, cangiante, favoloso. Gina è stata sedotta dall'Iran che corrispondeva stranamente alla sua maniera di sentire e di stare nel mondo, al punto di intitolare ‘Alveare di specchi’ la sua raccolta di poesie del 1974 e ‘In uno specchio la fenice’ quella del 1980. Eppure apparentemente nulla di più distante dalla realtà lucana o pugliese che il paese delle mille ed una notte”, spiega il marito Fernando Caruso, nella prefazione al libro. Fu lui a portarla in Persia, dove incontrò Farah Di-ba, regina, moglie dello Sciàh Reza Pahlevì. Nata a Chiaromonte nel 1931, Gina Labriola ha vissuto la maggior parte della sua vita lontano dalla propria terra, per questo si considerava esiliata: “Per uno strano scherzo della donna che buttò l’acqua con cui l’avevano lavata appena nata fuori dal portone”. Gina era fatalista. Un’esiliata stanziale, visto che ovunque, in ogni parte del mondo, ha sempre trovato analogie con la sua terra, per visi, sguardi, espressioni, usanze, costumi e persino per  narrazioni orali. Una prosa piana e scorrevole racconta, tra giochi metaletterari, personaggi, storie e favole, a Chiaromonte come a Theran, a Marsiglia, in Belgio, a Parigi. “Ma è poi veramente un libro o è la metamorfosi di un’ostrica che viaggiava in treno?”, si domanda nel prologo. “Vivevo a Parigi, ma andavo a lavorare in Bretagna. Ero pendolare,  abbonata alla SNCF (Société Nationale des Chemins de fer Français) , - racconta l’autrice -  incontravo spesso donne che venivano da Cancale, la cittadina dove si trovano le migliori ostriche del mondo”. Scritto in viaggio, il romanzo è un lungo racconto rivolto a Max, un uomo incontrato quotidianamente in treno, che inserendosi nell’intreccio dona un carattere arcano alla narrazione: “Era sempre carico di libri e trafficava con una cuffia e con un cestino che pareva quello della merenda, il cui contenuto misterioso indovinai più tardi. Smilzo ed elegante, non faceva sfoggio del suo fascino; aveva una voce suadente e mani lunghe e sottili. Non aveva età. Né bello né brutto. Spesso era ironico, ma con garbo. Di sè raccontava poco, ma prometteva. Ebbe inizio una lunga storia. Viaggio dopo viaggio, rispettando o no la cronologia, gli raccontai la mia vita. Vera? Non lo so più neanche io”. Poetessa e affabulatrice, attraverso il filtro della sua arte tutto diventa mito. Tutto si trasfigura e si perde nel tempo più remoto, col terrore che le immagini diventino illusioni.
“Capace di intuire il significato misterioso e mitico della terra lucana da cui trarrà la dolorosa sensibilità, la malinconia e la fuga nell'immaginario, ma anche scatti di allegria e di umorismo” – racconta Fernando Caruso - Gina Labriola  tesse e inventa affinità sotterranee tra il mondo magico contadino svelato da Ernesto de Martino e  Carlo Levi e la grande tradizione poetica della millenaria civiltà persiana: “Cantastorie ambulante, trasportavo dall’Est all’Ovest, e dall’Ovest all’Est, frammenti di vita quotidiana che, attraversando monti e mari, incantavano sempre come esotiche avventure. Ero una Scerazade a double face, d’andata e ritorno. – riferisce di sé, nel capitolo ‘Mille notti meno una’, Gina - Imbrogliavo, da una parte, i lettori italiani avidi di pettegolezzi regali, dall’altra incantavo, almeno finché mi fu concesso, marito, cognate, cugine e colleghe mogli, raccontando l’Italia,il Quarantotto, il Sessantotto, Garibaldi ed Enrico Mattei, il Papa e il Colosseo”.
Solo di fronte al “femminismo poetico” di Elahè Firouzadèh, protagonista del tredicesimo racconto, la scrittrice perde la funzione di narratrice, osservandola mentre dipingeva, preparava il tè o discorreva con gli amici: “Vedi, mi diceva, le donne possono vincere. Devono avere coraggio, più di quanto è necessario agli uomini, ma alla fine, possono farcela. Come Scerazade, come Golandàn” […] “E’ una storia che tutte le bambine dovrebbero conoscere, diceva Elahè. Golandàn era la schiava turca di Bahràm, un re presuntuoso come sono spesso i re e anche qualche volta i comuni mortali”. “E’ solo una questione di esercizio e di abitudine”, affermava, sfidando il sovrano, rifiutandosi di adularlo per la sua abilità di cacciatore, che la lasciava indifferente. Fu condannata a morte, ma salvata e nascosta da un cortigiano, in un suo castello, nel quale Golandàn si dedicò ad un esercizio quanto meno insolito e bizzarro: portava un toro sulle spalle, prima piccolino, appena nato, poi sempre più grosso, su e giù per le scale. Poi, dopo qualche tempo, il cortigiano confessa al re di aver salvato la turca indisponente e lo fa assistere allo straordinario esercizio col toro sulle spalle su e giù per le scale. Il re riconosce il torto, chiede scusa e si riprende la turca, vinto dalla costanza di una ragazza”.
Forse, Elahè altro non è che l’alter ego di Payandèh Shahandèh, docente di Belle Arti all’Università di Teheran che, nella prefazione alla raccolta ‘Poesia su seta’ (Edizioni Racioppi), intitolata “Dall’Iran a Parigi su ali di seta”, ha scritto: “Il mio sodalizio con Gina Labriola cominciò più di vent’anni fa, in Iran, quando lei collaborava all’Istituto Italiano di Cultura di Teheran, e io insegnavo Belle Arti all’Università. […] In Iran, oltre alla ben nota tradizione delle miniature, che illustrano testi poetici, come quelli di Omar Khayàm, esiste un’altra interessante forma di espressione artistica: quella dei khalàm-khàr (lavoro con l’inchiostro). Sono tele dipinte, che illustrano favole tratte dai poemi di Nezamì, o di Ferdowsi; talvolta, invece fanno rivivere leggende popolari; un tempo servivano ai ghessegù, ai cantastorie, che li usavano per spiegare le loro narrazioni nelle piazze o nelle khavè-khanè (case del caffè), dove ci si poteva riunire per ascoltare storie. Gina in Iran cercava e comprava tele dipinte, ma non per una fredda mania di collezionista: traduceva le storie che vi erano illustrate, e se ne serviva per le sue narrazioni. […] Anche lei ha seguito per anni corsi di pittura su seta […] Non per seguire la moda, del resto superata, della poesia visiva o il grafismo, ma per rendere palpabili, concreti, i suoi raffinatissimi versi. Come nei kimono giapponesi, o nei sari indiani, vuole che i colori intrecciati alle parole possano muoversi, avvolgere, parlare, ricordare”.
Angela Milella

mercoledì 25 gennaio 2012

Una scuola per 'Menti digitali', in Italia si tenta la sperimentazione


La scuola in web? Fallisce negli States, ma in Italia si tenta la sperimentazione. Ai numerosi volumi editi  per i docenti della web generation, si aggiunge il libro ‘Menti digitali’ (Stilo Editrice), di Tommaso Montefusco. Un contributo che guarda con positività alle nuove tecnologie per la didattica, nonostante il flop degli studenti on-line, che in altri paesi restano indietro in matematica e faticano nella lettura, appellandosi alle teorie costruttiviste, secondo cui è l’ambiente a condizionare gli individui e a innescare il cambiamento. La Lim e il laboratorio virtuale di scienze in aula modificheranno il modo di apprendere e di insegnare. E’ questa la scuola italiana del futuro descritta nel libro di Montefusco, nonostante il bilancio di queste scuole, senza banchi e lavagne, destinate soprattutto ai poveri delle zone rurali, sia devastante e secondo uno studio del ‘National Education Policy Center’ il 60% dei cyber-studenti è indietro in matematica rispetto ai coetanei delle scuole tradizionali e il 50% fatica nella lettura, un terzo non si diploma in tempo e moltissimi si ritirano dopo solo pochi mesi dall’iscrizione. Anche in Italia, è prospettato in diversi studi, gli insegnanti seguiranno gli studenti attraverso piattaforme e-learning e i ragazzi metteranno a disposizione dei docenti le proprie competenze, in un processo di insegnamento-apprendimento paritario: un sistema già utilizzato nei paesi scandinavi e anglosassoni. Ma, di fronte all’inarrestabile boom tecnologico, il libro cartaceo resterà in circolazione ancora per qualche decennio e compito degli insegnanti sarà “coniugare la velocità della pagina web con la lentezza della pagina scritta”, almeno fin quando il processo binario non verrà sostituito dalla logica quantistica e le operazioni saranno ulteriormente moltiplicate per milioni di volte. La vera svolta si avrà con la nascita di supporti digitali multimediali adatti al  passaggio dalla carta al bit, quali non sono gli attuali lettori e-book e l’I-pad. Al contrario,   nuova frontiera per la scuola sembra già l’I-cloud finlandese, che consente ai ragazzi di essere interconnessi 24 ore su 24. Sarà il moby-learning  ad abolire il luogo fisico dell’apprendimento. Una prima sperimentazione del tablet per la scuola elementare è stata fatta nella Corea del Sud, ma ancora una volta, per dimostrare che  la tecnologia non può diventare il fine del processo educativo, ma al massimo può essere uno degli strumenti per rendere più ludica la meditazione, la riflessione, l’apprendimento. “Sarà il mutamento antropologico in atto – conclude Montefusco – a inventare le capacità di un sapere nuovo nei nativi del web”, fermo restando che vengano investite risorse per la formazione continua dei docenti italiani, costretti ad aggiornarsi con risorse proprie, a fronte di una spesa del Miur pari allo 0,6% rispetto al 2% della media europea.
Angela Milella

domenica 16 ottobre 2011

Una vita da giornalista. Alla Biblioteca di Modugno (Ba) 900 volumi di Mario Gismondi

Leggere per vivere. Alimento della giovinezza e gioia della terza età: sono i libri, per Mario Gismondi, storico giornalista della nostra regione nonché fondatore del quotidiano ‘Puglia’, felice di donare un’ampia raccolta dei suoi volumi, appassionatamente e gelosamente custoditi per anni, alla biblioteca comunale di Modugno.  Un’iniziativa voluta dalla figlia Rossana e organizzata dalla redazione dello snello e battagliero tabloid, in collaborazione con il Comune di Modugno, per promuovere il libro e la lettura. Dal 25 ottobre, il palacultura ‘Carlo Perrone’ ospiterà novecento libri dello scrittore e maestro di professione,  modugnese per parte di madre. I  titoli,  riordinati per genere e autore, sono stati  raccolti  nel catalogo ‘Il fondo Gismondi. Mario Gismondi, una vita da giornalista’ realizzato  da  Angela Milella. “Il livello di civiltà di una comunità si misura soprattutto dall’attenzione che ripone nella cultura, nei giovani e nella memoria – ha scritto, in una nota, il sindaco Domenico Gatti. Tramandare il sapere attraverso le generazioni contribuisce, in maniera significativa, a salvaguardare l’identità di una comunità”. Saranno i giovani i maggiori fruitori del fondo, perché sono loro che quotidianamente si recano in biblioteca, saranno loro ad abitare un luogo del sapere che vuole essere di stimolo all’esercizio della riflessione, alla pratica della scrittura, alla condivisione della conoscenza. “Non esiste un vascello veloce come un libro, per portarci in terre lontane, né corsieri come una pagina di poesia che s’impenna”, scriveva Emily Dickinson e, tra le opere di Mario Gismondi, non mancano reportage di viaggi in luoghi esotici, dal Giappone alla Corea, al Messico. Uomo colto e intelligente, Gismondi, con la sua attività giornalistica e i suoi  intramontabili libri, ha continuamente promosso ed esercitato l’attenzione per la cultura, allevando giovani e formandoli al giornalismo, come con lui la bisnonna Domenica, donandogli libri e infondendogli amore per la lettura. Con questa donazione, nel mese dedicato al libro e alla lettura, nel mese di ‘Ottobre, piovono libri’, iniziativa promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, prosegue la sua opera di formatore ed educatore anche verso chi non avrà la fortuna di conoscerlo. L’auspicio è che l’incantesimo possa ripetersi ogni volta che un giovane decida di sfogliare le pagine di questi volumi, non ancora troppo vecchi, perchè il rituale  non si compia.

domenica 2 ottobre 2011

Moderna, tormentata e combattiva: è Elettra la donna del XXI secolo

Elettra, donna del Novecento. Secondo uno studio condotto
da Maria Evelina Santoro, ricercatrice dell’Università degli 
studi di Foggia, intitolato ‘Elettra. Ricezione e fortuna
 nella cultura tedesca’ (Levante editori), il Secolo breve 
sembra essere stato il più adatto ad accogliere e a rielaborare
 la figura di Elettra,eroina forte e ferina, ma anche fragile e capace di 
grandi sentimenti.Perché, rotti gli argini della rassegnazione, in quest’epoca,
 si è dato libero sfogo a sentimenti di disperazione, alla violenza, 
ma anche alla volontà di sperare nella felicità e nel cambiamento, 
che la figura di Elettra rappresenta. Donna moderna, tormentata, 
ma sempre combattiva e libera, non è un caso che 
a  rielaborarne meglio il mito, nei suoi aspetti più veri,
 arcaici eppure modernissimi, sia stata l’opera di Hofmannsthal. 
L’ ‘Elektra’ apre il Novecento del Dacadentismo,del pessimismo, 
delle due Guerre mondiali. L’elaborazione mitica di Hofmannsthal,
 influenzata dal pensiero nietzschiano, parte dall’arcaico, 
per poi sganciarsi da esso e rendere la vicenda ancora più terribile,
 violenta, in un mondo senza dei, dove l’uomo è lasciato solo di fronte
 ai suoi errori e alle sue colpe. Per questo motivo viene introdotto 
il mitema della sua morte, preceduta da una danza dionisiaca, ossessiva,
 eccessiva, che catalizza tutta la violenza,simbolo ed espressione
 della gioia patologica della vendetta ma, allo stesso tempo, 
celebrazione di un rito funebre.  
Il ventesimo secolo non ha visto solo il ritorno in auge del mito e 
della mitologia, ma ne è stato quasi ossessionato, soprattutto 
nella cultura germanofona. 
Nelle successive elaborazioni, infatti, il mito di Elettra è stato ripreso, 
scomposto, ricomposto, modificato, isolato in alcuni mitemi, 
completato da altri, ma la storia è rimasta in sostanza sempre la stessa,
 illuminata da una luce diversa che, di volta in volta, ha messo 
in evidenza o oscurato alcuni aspetti, senza mai stravolgere davvero l’essenza 
più autentica che questo mito incarna: il dolore, la sete di vendetta, 
ma anche la speranza della felicità. 
Il tratto distintivo e comune alle opere della seconda metà del 
Novecento è l’utilizzo della tecnica decostruttivista. 
Il sovvertimento della struttura linguistica classica è il mezzo che gli autori 
hanno utilizzato per rendere il mito di Elettra funzionale all’espressione 
della speranza di cambiamento, della rivendicazione femminista,
 del rifiuto della violenza e della guerra, della resa e della morte.
Angela Milella

martedì 30 agosto 2011

'Cleo', la favola di Helen Brown, diverrà presto un film


Diverrà presto un film ‘Cleo’, favola di Helen Brown, che ha per protagonista una gattina. Dopo Diderot, il gatto di Luis Sepùlveda, che insegnò il volo a una gabbianella, a comparire sul grande schermo, sarà una micina prenotata dopo lo svezzamento come regalo di compleanno per il piccolo Sam. Un batuffolo di pelo nero, fonte di guai e felicità, che salverà la famiglia dalla disperazione, facendola tornare a sorridere dopo una tragedia devastante. Dopo la morte di Sam, investito da un’auto mentre attraversa la strada insieme al fratellino Rob, per soccorrere un uccellino ferito, la famiglia Brown viene annientata dal dolore. La madre Helen, voce narrante di questa atroce esperienza, dopo la tragedia, non vorrebbe più accogliere la gattina tanto desiderata dal suo bambino che non c’è più. Quando Cleo arriva, Helen sta per rimandarla indietro, ma è proprio allora che vede suo figlio Rob sorridere per la prima volta dal giorno dell’incidente. E se Cleo fosse un dono lasciato da Sam? Con il passo vacillante, il pelo gonfio, la coda a radar e un caratterino di tutto rispetto, sembra voler lenire a suon di fusa le ferite della famiglia, per accompagnarla verso una nuova, possibile serenità. Nel giro di poche ore, Cleo trasforma la casa in un territorio di caccia, dispensando guai, tenerezza e buonumore a non finire. La sua saggezza antica, ereditata dalla madre abissina (alcuni sostengono che gli abissini discendano dai gatti sacri degli antichi egizi), protegge per anni tutta la famiglia, accompagnandola nei molti cambiamenti che l’aspettano, perché da vera gatta sciamana sa che anche dietro l’angolo più buio può brillare la felicità. La combinazione di gatto randagio e regalità ha il suo fascino: la gattina aveva preso il meglio da entrambi i genitori: la classe e l’audacia. In lei erano emersi i tratti meno desiderabili della regalità e della vita promiscua: l’atteggiamento schizzinoso e selvatico. E per un gatto stravagante, la fine può rappresentare un inizio. Anche dopo la sua morte, Cleo (Cleopatra) ha continuato a lasciare promemoria fisici della sua presenza, allo stesso modo ha lasciato la sua storia. Per due decenni è stata guardiana di casa Brown. Che fosse stata inviata da Sam o dalla dea gatta egizia, Bastet, aveva irradiato i suoi poteri curativi. Persone come Ginny, Jason, Anna Marie e Philip erano comparse proprio al momento giusto. Cleo aveva supervisionato ogni singolo incontro, dando talvolta l’impressione di averlo organizzato lei stessa.
Angela Milella

venerdì 29 luglio 2011

Belli da morire? Emiliano Fittipaldi, in 'Così ci uccidono. Storie, affari e segreti dell'Italia dei veleni', svela il lato oscuro della società dell'apparire

Tintarella e tatuaggi al veleno in agguato: di trucchi ci si può ammalare. I veleni profumati sono il lato oscuro della società del benessere e dell’apparire e in Europa circolano che è una bellezza. Protagonista negativo di decine di dossier scientifici, che ne evidenziano la tossicità, l’hennè nero, composto che serve per realizzare tatuaggi temporanei disegnati sulla spiaggia durante le vacanze estive, nei mercati variopinti del Maghreb, alle fiere e nei parchi giochi, ottenuto aggiungendo un colorante alla sostanza naturale, causa di allergie, eczemi, sensibilizzazioni irreversibili ai coloranti, ma anche di prurito, piaghe, vesciche, cicatrici, e per alcuni è persino cancerogeno. Se in Canada e in Australia la commercializzazione è bloccata da un pezzo, in Europa, la Francia e altri membri si rifiutano di farlo. Il motivo? L’hennè fa parte della tradizione musulmana e vietarlo farebbe arrabbiare molti cittadini e immigrati con cittadinanza e diritto di voto. Molecole nuove sono essenziali per lo sviluppo delle tecnologie, ma l’attenzione alla salute viene in secondo, terzo piano. Le motivazione economiche sono poste prima di ogni considerazione. Solo nel 2009, sono stati venduti cosmetici sbiancanti fuorilegge con dosi eccessive di cortisone e idrochinone a persone di colore, desiderose di copiare idoli occidentali, emigrare e integrarsi meglio; fatto sta che, in Europa e in Africa, a migliaia sono finiti in ospedale. Sappiamo che sono state piazzate, per decenni, creme che non proteggevano davvero dai raggi Uva e Uvb scomparse solo nel 2007, che le lampade abbronzanti, ritenute sicure fino a poco tempo fa, secondo l’Oms provocano invece melanomi alla pelle, un rischio tumorale che cresce soprattutto se gli appassionati di tintarella invernale hanno meno di 30 anni. Il Rapex, sistema d’allerta europeo, quasi ogni settimana individua cosmetici tossici che inquinano la nostra pelle. Emergono nel bollettino Ue, tra giocattoli che perdono pezzi, magliette che strangolano, elettrodomestici che danno scosse mortali. In totale, nel 2008, le notifiche spedite all’ente sono state 1866 e 56 casi (il 4%) interessano proprio saponi & co. Emiliano Fittipaldi, autore di ‘Così ci uccidono. Storie, affari e segreti dell’Italia dei veleni’, ha raccolto documenti esclusivi. Tra gli avvelenatori non solo criminali risaputi, ma anche personaggi insospettabili, politici impegnati nella tutela dell’ambiente e industriali milionari, che confezionano prodotti di marche famose con materiali scadenti e nocivi.
Angela Milella

martedì 19 luglio 2011

Presentato 'Meridione d'inchiostro. Racconti inediti di scrittori del Sud'. Osvaldo Capraro: "Abbiamo un'eredità pesante: nel Meridione si legge poco"

Osvaldo Capraro, vincitore del premio ‘Città di Bari’ 2006, con ‘Né padri né figli’, e Giovanni Turi, redattore di «Puglia Libre», presentano un’antologia di narrativa del Sud ‘Meridione d’inchiostro. Racconti inediti di scrittori del Sud’ (Stilo).
DOMANDA – Don Tonino Bello e un senzatetto protagonisti de ‘Il sopra e il sotto’. Perchè?
CAPRARO – Turi nella lettera d’invito mi ha detto: “Non voglio piagnistei, ma qualcosa di positivo sul Sud”. Ho cercato di glissare, di rimandare: sono tendenzialmente pessimista e non riuscivo a trovare qualcosa di positivo, poi mi sono detto esistono cose straordinarie, persone meravigliose nel nostro Sud e ho pensato a don Tonino Bello. Però volevo ricordare anche Natale Morea, il barbone fuggito a Roma per disperazione e ucciso di botte.
D. – Dove nasce l’idea di un ‘Meridione d’inchiostro’?
TURI – Oggi di scrittori pugliesi che hanno qualcosa da dire ce ne sono tanti, mi dispiace che scrivano per conto proprio. Ho voluto spingerli a scrivere in una traiettoria per il Sud. Nove risiedono al Sud, altri a Roma. Questi 9 dimostrano che è possibile dare voce alla creatività dalla periferia.
D. - Nove scrittori si esprimo, ma in che modo?
T. – Sono racconti molto diversi tra loro, che però tendono a dare ciascuno un tassello diverso del Sud. Ogni racconto è associato a una lettera, che indica un lemmo, per creare un alfabeto meridionale. L’introduzione è il 10°racconto, fa un quadro dell’antologia nel suo insieme e per ogni autore dà indicazioni sulla pubblicazione, sui personaggi, sui luoghi di provenienza.
D. – Qualche esempio?
T. – Il racconto di R. Nigro sa di reportage. ‘Anche oggi mangio sabbia’, di G. Goffredo, è dedicato ai tantissimi ragazzi pugliesi che mettono la divisa e vanno in scenari di guerra. Protagonista è il giovane salentino caduto in Afghanistan. Forse è troppo relegare la narrativa alla società politica, in realtà questi racconti parlano molto di politica, di problemi che ci riguardano da vicino.
D. – Perché ha scelto autori over 30?
T. – Sono autori maturi, specchio di un periodo maggiore, possono confrontare meglio i cambiamenti.
D. – Quali pregi e difetti ha il Sud?
C. – Che al Sud le cose non si possono fare lo dimostrano tante cose, di eredità storica, la mafia è una responsabilità nostra, non solo dei dirigenti, ma è vero che le testimonianze più belle di civiltà vengono dal Sud: Borsellino e Falcone ce li abbiamo solo noi. Abbiamo un’eredità pesante: nel Meridione si legge poco.
Angela Milella

venerdì 15 luglio 2011

Una prospettiva straordinaria sulla relazione tra uomo e natura selvaggia. Con Shaun Ellis gli uomini imparano a parlare con i lupi


Il lupo è cattivo solo nelle favole. Animale timido e intelligente con una struttura sociale sofisticata è stato bollato come sicario spietato. Reputazione sanguinaria del tutto immeritata, causa della sua estinzione. Ne è testimone Shaun Ellis (44 anni) che ha rinunciato alle comodità, alla famiglia, alla società di cui faceva parte per vivere con i lupi. Scelta maturata incrociando lo sguardo di un esemplare in cattività nello zoo di Thetford. Naturalista d’altri tempi, ha capito che la sua vita sarebbe stata dedicata alla protezione di questi meravigliosi animali in pericolo. Ellis, autore e protagonista del libro ‘L’uomo che parlava con i lupi. Storie e avventure della mia vita nel branco’ (‘The man who lives with wolves’), ha cacciato coi lupi, ha affondato la testa nella carcassa della preda per mangiarne la carne, non si è lavato per mesi, se non in qualche pozzanghera, ha imparato a comunicare ululando e a difendersi riconoscendo suoni e odori. L’uomo/lupo, allievo ed erede di Nez Percé, un nativo d’America, dopo anni di vita selvaggia, ha istituito una fondazione nel ‘Combe Martin Wildlife Park’ del North Devon, in Inghilterra, dove vive con tre branchi. Lo scopo della fondazione è fornire aiuto e supporto alla tutela di questi animali in tutto il mondo (Ellis ha trascorso 18 mesi con 3 cuccioli abbandonati dalla madre, per mostrare loro come diventare veri lupi e sopravvivere). La ‘Shaun Ellis Wolf Pack Foundation’, in una prospettiva straordinaria sulla relazione tra uomo e natura selvaggia, che fa venire voglia di essere parte di un branco, si propone di insegnare agli uomini a vivere al fianco dei lupi laddove il nostro e il loro mondo collidono, di sfatare le falsità che la gente tramanda su questa specie. Una volta questi animali erano ovunque, secondi per numero soltanto agli umani e, nel periodo in cui gli uomini erano cacciatori/raccoglitori, cacciavano le stesse prede e vivevano l’uno a fianco dell’altro, con mutuo beneficio. Li si rispettava come possenti cacciatori e si credeva che possedessero qualità mistiche e magiche. Gli indiani del Nord America credono ancora che gli spiriti dei loro antenati vivano sotto le spoglie di lupi, che ciò che accade nel loro mondo si rifletta nel nostro e viceversa. Dicono: “Così lui, così anch’io” e si rifiutano di firmare un accordo se non è presente un lupo o, di questi tempi, un cane. È necessario insegnare ai bambini come comportarsi nei loro confronti. È stato scoperto che i lupi possono diagnosticare le malattie dell’uomo. Come dice un vecchio adagio: “Non ci sono animali cattivi ma solo cattivi istruttori”. Acquistare un animale sbagliato e non saperne interpretare il comportamento causa molta sofferenza. Il lupo mannaro è solo un lupo che ha ricevuto un pessimo addestramento.
Angela Milella
Il libro di Angela Alessandra Milella intitolato UNDE MALUM? LA RICERCA LETTERARIA DI GUIDO MORSELLI  inaugura la collana  σνμπλοκή.


La collana punta a rendere più agevole, documentato e approfondito lo studio degli autori della letteratura italiana moderna e contemporanea, fornendo un’interpretazione originale della loro opera. Intende anche favorire una ripresa del dibattito critico e teorico, dunque il superamento dell’indifferenza oggi dominante.


IL LIBRO

Questo studio indaga nell’opera di Guido Morselli offrendo al lettore la possibilità di  conoscere scritti inediti di quest’autore, in cui si affacciano frammenti di vita, che delineano il ritratto di una personalità irrequieta, ma dotata di un’intelligenza fuori dal comune. A quasi trent’anni dalla morte, viene proposta una nuova prospettiva da cui interpretare l’opera dell’emblematico scrittore varesino, la sua personalità, la sua  vita appartata e schiva, dedicata alla lettura, allo studio e alla scrittura.

Guido Morselli (1912 – 1973) fu prima di tutto un uomo profondamente intelligente, sensibile, ironico, dotato di una naturale signorilità che si traduceva in una capacità di ascolto dell’altro, di cui è testimonianza l’intera sua opera. Portato alla ribalta solo dopo la tragica morte avvenuta a Varese nel 1973, è l’esempio più emblematico dello scrittore italiano incompreso e rifiutato dalle case editrici, geniale ma sfortunato, destinato alla fama postuma tanto più beffarda e drammatica quanto pagata con la rinuncia alla vita. A una civiltà corrotta di manichini ottusi e insensibili Morselli si sottrasse con il suicidio. Ma l’impressione che rimane leggendo le sue opere ricche di pagine illuminate dalla gioia dell’intelligenza e del paradosso, è quella di un uomo singolarmente appagato dall’atto stesso della scrittura, unica fonte per lui di autentica felicità. L’opera di Morselli, così varia e versatile nelle sue forme, è un intreccio di umanità, raffinata ironia e rigorosa ricerca di possibili soluzioni ai più angosciosi e irrisolti problemi, in grado di orientarci alla scoperta di un senso più maturo ed elevato dell’esistenza.

L’AUTRICE
Angela Alessandra Milella è nata e vive a Bari. Giornalista, scrittrice e docente di letteratura e storia, si è laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari, con una tesi su Guido Morselli. Ha  fondato Simploché – Associazione Culturale Guido Morselli di cui è presidente. Ha scritto alcuni saggi (“Il Neorealismo nell’opera di Guido Morselli”; “Ali per volare: le parole di Guido Morselli”) e opere di narrativa. Ha collaborato con la Rai per un’inchiesta sul precariato, con le emittenti televisive e radiofoniche Rtg Puglia, Canale 6 (Varese), La Nuova Tv (Potenza), La Siritide (Senise - Pz), Basilicata Radio2. Nel 2010, ha organizzato la IX edizione del premio letterario ‘Il viaggio infinito’. Attualmente collabora con “Quotidiano Puglia”, “Quotidianoitalia.it”; “BariLive” e “Radiosoundcity.net”.

LA CASA EDITRICE
Questo volume inaugura la collana σνμπλοκή della Casa Editrice Racioppi, che dal 1949 contribuisce allo sviluppo culturale della Lucania, affinando l’antica tradizione delle arti grafiche, attraverso la pubblicazione di saggi storiografici e di opere di autori emergenti. Nel variegato catalogo della casa editrice chiaromontese si annoverano il volume di Francesco Elefante, “Saggio storico su Chiaromonte: il territorio dalle origini all’unità d’Italia” (1987), quello di Giovanni Percoco, “I luoghi della contea di Chiaromonte dove visse il beato Giovanni da Caramola, secolo XIV” (2005) e quello di Episcopo Papandrea "Assalto al portone Episcopia 1861" (1998) e le raccolte poetiche di Egeo Nocca "Violette" (1992); "Gaeta e Chiaromonte: ricordi" (1994) e di Maria Teresa Renzi Pozzi (Mitì), "Plenilunio dell'anima" (1999) e “Nel lieve mutare dell’Alba” (2001).

Per eventuali richieste di approfondimento:
Anna Racioppi
Responsabile ufficio commerciale Racioppi
Tel. 0973/571262
e-mail: graficartracioppi@tiscali.it

giovedì 14 luglio 2011

Al Sud stiamo peggio che in Libia, altro che la Reggio Calabria e il ponte sullo stretto di Messina


I Bossi del Nord ci definiscono incapaci, privi di ogni idea di sviluppo, pur avendo, la Basilicata, grandi risorse, ma sappiamo che il 99% dei residenti nelle città del Nord sono meridionali, che le hanno fatte grandi e ricche, emigrando con le valige di cartone dal Sud. Bossi, razzista, cerca di dividere ciò che col sangue si è conquistato: l’Italia. Bossi, che non ha nulla di uomo politico, sbeffeggia i meridionali come se lui fosse un ariano nazifascista aggrappato a Berlusconi: si reggono per non cadere, cadendo libererebbero l’Italia dall’incubo di un disastro politico. Solo le infrastrutture da fare a Sud consentirebbero di pareggiare con il Nord.  Guarda caso Berlusconi e Bossi per magia tiravano fuori il Piano Sud, dove da oltre mezzo secolo andavano realizzate le strade fatte in Libia dal Fascismo, infrastrutture di collegamento. A Sud stiamo peggio che in Libia, altro che la Reggio Calabria e il ponte sullo stretto di Messina, ben’altro serve alla crescita e allo sviluppo dell’Italia meridionale rinnegato da Bossi e da una Regione incapace di provvedere al territorio della Basilicata, culla della cultura mediterranea, che con le sue bellezze naturali, paesaggistiche, storico-culturali, potrebbe essere la California italiana. Occorre che laureati analfabeti o scaduti si facciano da parte. Bisogna assumere intelletti capaci, per programmi di crescita  e di sviluppo della regione, che va coordinata con le regioni limitrofe. La Basilicata, Bella Addormentata, è ora che si svegli! Che tragga vantaggio dal turismo, dall’artigianato, dall’agricoltura e dal commercio. Le premesse stanno nel limitare l’emigrazione di giovani laureati utili alla crescita, nell’accorpamento di comuni a breve distanza, nei programmi di sviluppo economico, turistico, territoriale, a valle e a monte, nella tutela del paesaggio con Piani regolatori gestiti da esperti qualificati in belle arti, nel rendere agibili i centri storici. Chiaromonte, Senise, Francavilla e Fardella uniti in un solo Comune, con un piano regolatore potrebbero evitare un disastro e salvare la Regione da problemi di sviluppo paesaggistico, economico e culturale in una zona accerchiata da tre regioni: Puglia, Calabria e Campania, situata tra mar Ionio, Adriatico e Tirreno, ma ancora senza un programma di sviluppo. Scotellaro e Levi non crederebbero che la cecità di politici titolati senza merito, dopo guerre e dittature, ha gestito la Regione alla maniera feudale. A sessant’anni di distanza mancano ancora infrastrutture di comunicazione trasversale, autostrade per l’economia e per i disoccupati costretti a emigrare. In questa regione pressata e repressa, grazie al petrolio si potrebbe investire in opere adeguate, in infrastrutture stradali e ferroviarie, in servizi, e valorizzare i centri storici e renderli agibili. È bene che i rappresentanti provinciali e regionali vadano a raccogliere spazzatura, a cominciare dai cartoni, imparando a fare la differenziata dei problemi di Province e Regione. Alla base di tutto ci sono le capacità, l’attenzione al bene comune, alle infrastrutture, dalla Basentana alla Valle d’Agri, alla Sinnica. Matera sta più in Puglia che in Basilicata e la Provincia se ne frega dei problemi interni dovuti alla morfologia geografica. Senise può essere capoluogo di provincia, per meglio gestire e sviluppare attività turistiche e commerciali, che la natura e il paesaggio consentono.
Spero che quanto sopra riferito sia visionato con maturi sentimenti di comunità.

                                                                                                       Riccardo Simmi